La parola ai partecipanti

campo_estivo_pittura_beneAddentriamoci all’interno del progetto “ Sviluppo in rete dei Centri Giovani della provincia di Modena” e scopriamo da vicino alcune esperienze, dialogando direttamente con i protagonisti.

Partiamo dall’Unione del Frignano, dove abbiamo scelto di intervistare la dottoressa Maria Rignanese (psicologa) e due giovani partecipanti al progetto “Promozione della Cittadinanza attiva e azioni antidispersione scolastica”,  con il ruolo di peer-educator. Loro sono Elena e Giulia.
Come poter definire nello specifico questa figura? “Un peer-educator, ci spiega la dottoressa Rignanese, è una giovane che supporta un altro giovane, un ragazzo che dopo essere stato formato, riesce ad essere di supporto ad altri che attraversano momenti di difficoltà attraverso l’ascolto, il confronto e raccontando la propria esperienza”.

“Questi ragazzi, ci spiega la psicologa – sono stati formati su alcune tematiche che riguardano l’adolescenza (rapporto tra pari e con i genitori, amicizie, comportamenti a rischio, bullismo etc). Nella seconda fase hanno poi fornito supporto ai loro coetanei attraverso due modalità. Da una parte gli incontri individuali con ragazzi che avevano subito provvedimenti disciplinari a causa di comportamenti scorretti, finalizzati alla valutazione di tali comportamenti e alla motivazione al cambiamento. Dall’altra, incontri di gruppo su tematiche specifiche concordate con gli insegnanti (scelta della scuola superiore, bullismo e cyber bullismo, rapporti con i genitori etc) spesso accompagnati dalla visione di un film inerente al tema trattato. Al termine dell’anno scolastico è stata effettuata con loro una fase di verifica del percorso effettuato, volta a raccogliere le loro impressioni e valutazioni sulle attività svolte”.

E quali sono, al termine del progetto, le impressioni dei partecipanti? Lo abbiamo chiesto direttamente a loro.
Elena, 18 anni, sta per iniziare la sua carriera da studentessa universitaria alla facoltà di Lettere di Bologna, ma ricorda con nostalgia i suo giorni da peer-educator.  Da studentessa di un istituto tecnico, quando è stato presentato il progetto, ha scelto di partecipare perché sensibile e attenta alla possibilità di poter essere d’aiuto per i propri coetanei. Quando le chiediamo come è andata ci risponde così: “Porto con me un bel ricordo. Quando il progetto è giunto alla fine mi è dispiaciuto molto. Userei il termine ‘appagante’ per definire questa esperienza. Vedere che grazie al tuo supporto qualcuno ha fatto dei passi avanti è stato bellissimo e mi ha riempita di soddisfazione”.

Elena consiglia questa esperienza a tutti, ma in particolare a coloro che hanno a cuore i problemi e le difficoltà degli altri. “E’ un percorso che ti fa crescere molto personalmente – ci racconta. Talvolta arrivi anche ad affezionarti ai ragazzi e alla fine, quando li vedi per l’ultima volta, quasi ti dispiace”. Questo forse è uno dei motivi che l’ha spinta ad intraprendere gli studi di lettere, immaginando un futuro da insegnante.

Insieme a Giulia, accompagnate sempre dalla dottoressa Rignanese, hanno incontrato gli studenti delle ultime classi della scuola media e parlato con loro del mondo della scuola superiore e delle scelte possibili. In pratica sono state protagoniste in prima persona del percorso di orientamento di giovani poco più piccoli di loro. Ma una parte consistente del progetto ha riguardato gli incontri individuali con studenti in situazioni di difficoltà, con problemi di condotta e magari qualche sospensione alle spalle.
“Con alcuni – ci racconta Elena, è bastato vedersi tre volte, con altri abbiamo fatto percorsi più lunghi. Ogni caso è stato studiato e affrontato in modo personalizzato. Ma non ero mai sola. Con me la psicologa e un’altra mia compagna peer-educator”.

Come ci racconta la stessa Giulia, 18 anni, determinante è stato il momento della formazione, in cui supportate dalla figura specialista di uno psicologo hanno raccolto gli strumenti utili per poter essere delle brave peer-educator.
“Già durante la formazione in gruppo – afferma, abbiamo imparato ad aprirci all’ascolto dell’altro, a dialogare e scambiarci opinioni tra noi. Credo ancora oggi si sia trattato del progetto più bello fatto a scuola. Conservo dei bei ricordi e lo reputo molto significativo anche per la mia crescita personale”.

Oggi Giulia frequenta un’accademia di danza, ma se avrà modo di conciliare tutto, non esclude di continuare il suo impegno in questo ambito come volontaria. Riguardo all’esperienza fatta ci racconta: ”ho imparato ad esprimermi, a dialogare con gli altri, a cercare di essere utile ai miei coetanei. E mentre facevo questo mi rendevo conto di star facendo qualcosa di utile anche per me. Lo stesso impegno nella ricerca di informazione per i ragazzi più piccoli mi ha aiutate a scoprire cose che non sapevo.
“Sicuramente – afferma Giulia – è un’esperienza arricchente e utile per la crescita e per affrontare meglio il futuro. Personalmente avevo già partecipato ad un progetto di educazione affettiva nelle classi e quando ho conosciuto questa opportunità ho voluto partecipare. Lo consiglio a tutti gli studenti”.

L’esperienza del Frignano si presenta coma un esempio efficace di confronto tra giovani coetanei, capace di favorire il superamento di situazioni di disagio. Sull’efficacia del  confronto peer-to-peer, la dottoressa Rignanese afferma: “Credo sia molto importante, soprattutto in questa fase della vita, l’adolescenza per l’appunto, in cui i ragazzi difficilmente ascoltano gli adulti di riferimento, anzi spesso fanno il contrario di quello che gli viene detto. Manifestano un rifiuto totale delle regole imposte e utilizzano i coetanei come modelli da imitare. Su questi presupposti si basa l’efficacia della peer education. Fornire buoni modelli attraverso un confronto, uno scambio di opinioni e informazioni tra ragazzi che hanno la stessa età”.

Ci spostiamo adesso nell’Unione Terre d’Argine per focalizzare la nostra attenzione sul rapporto tra i giovani e il tema della legalità, che è stato al centro dell’esperienza realizzata in collaborazione con il Presidio Libera “Peppe Tizian”.
Abbiamo intervistato Rebecca Righi, membro del Presidio. Conosciamola meglio.
“Ho 23 anni, e la mia è l’età media delle persone – alcuni già membri del Presidio, altre new entries – che ogni estate partecipano al campo che proponiamo”.
A Rebecca chiediamo di raccontarci dal suo punto di vista l’esperienza del campo estivo a Montebello Jonico, per conoscere da chi l’ha vissuta dal vivo le iniziative e le attività che hanno visto i giovani protagonisti per una settimana.

Campo_estivo_al_lavoro“Il campo a Montebello si è rivelato nel tempo essere stato un momento di svolta per la crescita personale, relazionale e civile dei partecipanti, oltre che per il nostro Presidio – afferma Rebecca.  Per una settimana – e per alcuni di noi, per nostra scelta, anche periodi più lunghi – abbiamo vissuto in un piccolo paese dell’Aspromonte condividendo con i membri dell’associazione ospitante il percorso difficile verso la legalità, la partecipazione civile e sociale, l’attenzione all’ambiente, l’iniziativa imprenditoriale di quel territorio.
La mattina era dedicata a lavori manuali su beni di interesse collettivo. Abbiamo ritracciato il sentiero che conduce ad alcune grotte nel territorio di Montebello, che pochi conoscono ma che sono una vera e propria ricchezza dal punto di vista ambientale: simbolo delle immense opportunità che la Calabria porta, ma che spesso non sono colte dalla popolazione locale perché non conosciute, o non riconosciute come tali.
Alcune giornate sono state dedicate alla pulizia del centro del paese. In tutte queste attività, si sono lasciati coinvolgere i giovani del paese, che si sono finalmente resi protagonisti attivi della cura e della valorizzazione del territorio; un territorio che abitano da sempre, ma che nessuno aveva mai insegnato loro a vedere come una cosa preziosa, di cui essere orgogliosi.”

campo_estivo_bandiera_liberaNon sono mancati, ci racconta Rebecca, i momenti di formazione e approfondimento sulla realtà conosciuta. Approfondimenti dal punto di vista culturale e ambientale, cosi come da quello della criminalità organizzata. Si sono succeduti, afferma la giovane “incontri con persone che lasciano il segno, che ai problemi reagiscono con dedizione ed efficacia, cercando di coinvolgere quanti più possibili in una risposta che non può che essere plurale”.

Ma quali sono state le impressioni degli altri partecipanti? “Durante la settimana di campo – ci racconta Rebecca,  le reazioni di tutti i partecipanti sono state immediate e calorose: il livello di coinvolgimento personale e del gruppo è stato molto forte, sia nei momenti di lavoro, sia in quelli di formazione, ma altrettanto in quelli di vita comunitaria e scambio con le persone del luogo. Prova ne sono i rapporti di amicizia e stima che tuttora perdurano, e il ritorno di alcuni di noi a distanza di poche settimane e poi di pochi mesi a Montebello, per continuare a tessere rapporti che in entrambe le direzioni sono stati autentiche scoperte e catalizzatori di energie sia sul piano personale ed emotivo che sul piano dell’impegno civile”.

Quanto possono incidere esperienze di questo tipo nel percorso di crescita di un giovane?
“Nella mia esperienza, afferma la ragazza – ma anche nell’esperienza condivisa degli altri partecipanti, non posso che dire che siano vere e proprie pietre miliari dell’esistenza di una persona. Se vissute con attenzione e umiltà, mettendosi in ascolto delle persone che si incontrano sedute sulla porta di casa, in stazione dei treni, sui campi, e facendosi aiutare nella lettura e nell’interpretazione di ciò che si vede e che si ascolta, il campo a Montebello è stato fondamentale per imparare innanzitutto la complessità dei fenomeni sociali, storici, giuridici, ambientali, per imparare a valutare il loro impatto sulla vita e sulla formazione di chi abita un territorio (prima quello su cui abbiamo operato, poi al ritorno quello dove abitiamo), a farci domande scomode e a cercare risposte altrettanto scomode. Abbiamo fatto nostri strumenti per capire come la criminalità organizzata si muove sul territorio, abbiamo conosciuto modalità creative di impegno civile, e mantenuto rapporti con le persone incontrate per non fermare il confronto e il sostegno reciproco. Queste esperienze hanno la potenzialità di cambiare lo sguardo con il quale guardiamo la realtà, e di aumentare l’incisività delle nostre azioni per dare forma a città diverse”.

Carpi_2_incontriL’esperienza che il gruppo di giovani partiti da Carpi ha fatto in Calabria è stata poi raccontata e presentata pubblicamente in diversi momenti.
Siccome l’esperienza fatta non doveva e non poteva rimanere un nostro privato arricchimento, abbiamo organizzato prima di tutto un pranzo di restituzione a cui hanno partecipato oltre un centinaio di persone e durante il quale con diversi mezzi espressivi (teatro minimalista, action painting, racconto, foto e video) abbiamo tentato di raccontare la ricchezza e la complessità della Calabria, e la speranza che per noi e per loro è nata dal campo.
Quanto conosciuto a Montebello è stato poi riportato in moltissime classi di scuola superiore dove ogni anno portiamo i nostri percorsi formativi: sia le realtà positive che quelle negative sono state raccontate numerose volte, proprio perché chiavi di lettura molto efficaci di come le mafie operano sul territorio e di come si può reagire.
Ancora, la nostra esperienza è stata condivisa anche durante la formazione di gruppi di scout in partenza per campi di volontariato e formazione di Libera in Calabria quest’estate. Ovviamente, non si possono contare le volte in cui abbiamo raccontato questa esperienza e questi incontri ad amici e conoscenti.”

(MZ @michelazingone)

Approfondimenti

Il nostro DossiER – Centri Giovanili in rete: il progetto della Provincia di Modena
La pagina Facebook del Presidio Libera Peppe Tizian

 

 

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